mercoledì, 27 maggio 2009, ore 17:17

Credo sia stata la pioggia; ho aperto la finestra, e una ventata piovigginosa ha invaso la mia camera, portando una frescura interiore che non sentivo da tempo. Non c’è bisogno di pensare a quante cose siano cambiate dall’ultima volta che ha piovuto; mi dilungo spesso in inutili elucubrazioni umidicce sui colori sgargianti e opachi di una stessa situazione, mi dilungo mentalmente e non concludo nulla, perché la mente (o forse solo il dilungarsi) serve per soffrire, non per risolvere. È inevitabile, quindi, che la pioggia sconvolga l’assetto stabilito dal tempo, e che le foglie ora verdi emanino un odore così nuovo, e allo stesso tempo capace di riportare alla luce, dagli anfratti più desolati della coscienza, immagini e suoni, e ancora altri odori, e luci, soprattutto luci, abbaglianti e mescolate come se fossero una miscela brillante di parole e pensieri dimenticati nei giorni passati. È come alzare lo sguardo con fare solenne, e sentirsi invasi da una carica elettromagnetica del tutto esistenziale, e interiore, e continuare a guardare ciò che si ha davanti con una spinta nuova e anche stantia, come se dal baratro della quiescenza riemergesse all’improvviso il ricordo istintivo della precedente capacità di emozionarsi per una giornata assolata che si fa sempre più uggiosa, così cupa, e i tuoni! è rimasto poco tempo, ma del tempo che mi rimane, non so davvero più che farne, lo ammetto
m.
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