Mi sono svegliato una mattina, e ho sentito il vuoto poco più giù dell’ombelico: avevo circa cinque anni- per la prima volta, nel letto dei miei, in una mattina poco assolata e premuta da un freddo grande, mi resi conto di come si manifestasse in me l’angoscia; rimasi atterrito, e sconvolto, non riuscivo a capire perché i pensieri del giorno prima fossero ricapitolati in me così, senza preavviso, procurandomi quella reazione anormale. Ora vabè non mi spavento più. Ogni mattina io apro, ringraziando o meno il cielo, gli occhi; mi crogiolo per uno due secondi nella beata inconsapevolezza del risveglio, emergendo dal baratro del sonno con occhi gonfi; la matassa del vuoto mi crolla addosso, facendomi scivolare nel secondo baratro, quello del “renditi conto, sei sveglio, non hai scampo”, con una fitta chiassosa allo stomaco, e una nostalgia lacerante per l’inconsapevolezza smarrita. Ok, c’è di peggio: ma domani la realtà piomba su noi più che mai. Da domani le sorti di una vita vengono messe all’asta: chi offre di più, vince, e chi vince, regna, e se regni, hai tutto. Chi lo dice che sia io a vincere? Chi mi dice che il vuoto si riempirà di calore, e affetto, e serenità compiuta? desiderare è umano, io desidero tanto- desidero avere quello che ho, e non ho, e ciò che avrò e ho avuto, perché è uscita la regina di picche, e ho tredici punti da portarmi appresso. Però: però c’è nebbia. Mi sembra che ogni cosa sia sfumata, nei bordi: i contorni si dilatano – ho sonno – mi sento sempre così i primi giorni dell’anno. Mi sento così perché è come se tutto ciò che è stato stia lentamente scivolando via, e le cose debbano ricomporsi come possono: ecco perché non hanno confini. E mentre la radio non va, l’angoscia comunque resiste
m.