mercoledì, 29 ottobre 2008, ore 21:45

[…]
“Io so chi sei, tu sai chi sono io, le cose stanno così, perché complicarle?”
“Perché la vita è troppo breve, e se non la complichi rimane insapore, e sprechi tempo”
“Molte persone sono convinte del contrario”
“Beh, io non sono fra queste… grazie a Dio”
“Sapevo l’avresti aggiunto”
“Sapevo che l’avresti saputo; ci conosciamo bene”
la telecamera inquadra le loro facce di profilo. Sono seduti su una panchina, al bordo di una pineta colorata da un opaco albeggiare. Hanno i segni di una notte passata svegli sul viso, ma l’atmosfera è surreale: risaltano su uno sfondo che pare sfumato, che si perde tra le fronde dei pini. C’è un forte silenzio.
“Io non so chi sei, però. Mi manca inequivocabilmente una tua fetta di vita”
“Fregatene”
“Come posso fregarmene?” il tono di lei è lievemente più acuto.
“Perché ora la mia vita è questa, ed è questa la fetta che ti riguarda e che conosci- non pensare a cosa è diverso nel mondo reale. Ora siamo in una dimensione a parte”
“Tipo Matrix?”
“C’è il moroso di una mia compagna di classe che potrebbe spiegarci meglio cosa significa”
“Perché?”
“Viene da Matrix”
“Uh, che fortuna. Lo invidio. Comunque sei stupido”
“No, non sono stupido, sono speciale… sono speciale?”
“Dipende”
“Da che?”
“Da te”
“Cosa significa? Che risposta scema è?”
“Tutti vogliamo essere speciali. Credici in fondo, impegnati e non lo sarai. Se sei speciale lo sei sempre, lo sei dentro. La tua anima è speciale, proprio nel profondo, capisci no? ecco”
“Non credo di avere un’anima speciale. Nel complesso però, dato che sono parzialmente speciale in più punti, lo divento per intero”
“In più punti?”
“I miei occhi sono speciali; i miei capelli! Boh, no?”
“Forse”
“Fottutamente speciali”
“Non dire fottutamente, ti prego, mi vengono i brividini”
“Perché?”
“Perché mettendo fottuto su e fottuto giù davanti ad ogni singola parola, ti omologhi a tutti quelli che lo fanno, e non sei più speciale”
“Allora ammetti che sono speciale?”
“Già”
“Lo sapevo”
“Lo sapevo che lo sapevi”
scoppiano a ridere. Si alzano dalla panchina, lui sbuffa.
“Andiamo, dai”
“Andiamo”
Si avviano lungo la strada che porta alla spiaggia. La telecamera li segue per poco, per poi deviare in alto, inquadrandoli da quella prospettiva: due piccoli puntini che avanzano lungo una spiaggia geometricamente composta da ombrelloni e lettini, verso un mare agitato colorato da un’alba pallida che tarda a venire.
La musica parte.
La telecamera si lancia verso il basso, ripercorre al contrario il pontile, lo supera, ondeggia tra gli ombrelloni, e arriva ad inquadrare cinque ragazzi seduti su due lettini, che ridono e scherzano, fumano e bevono. La telecamera inquadra gli sguardi vacui, annebbiati dall’alcool e dalla stanchezza.
“Lo facciamo?”
“Facciamolo”
Mentre il tempo rallenta, o meglio, sembra frammentato in tanti microistanti, i cinque si alzano, e corrono verso il mare, la telecamera li segue, la musica si alza. Iniziano a spogliarsi, e i movimenti sono lenti, come fossero spossati da una stanchezza infinita, e circoscritti a particolari parti del corpo: chi si toglie la maglia coprendosi il viso, chi si slaccia i pantaloni, un bottone slacciato e l’altra con la bocca dischiusa rimane in mutande, mentre lui con la testa un po’ china si sfila la cintura, e intanto avanzano, con la musica fortissima, finché non entrano in acqua, i vestiti sparsi per la spiaggia dietro di loro, e la telecamera inquadra le loro sagome nude che si stagliano contro un cielo ancora scuro, mentre il sole tarda a sorgere
la puntata si avvia a finire tra gli schizzi d’acqua, e i volti in controluce di loro cinque, tra le loro risate, mentre la canzone continua indisturbata
sulle ultime note, però, la telecamera inquadra un cellulare che squilla su un lettino, mentre loro continuano sfocati a giocare in acqua, in uno sfondo in movimento
schermata nera
 
(New Order – Ceremony)
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martedì, 21 ottobre 2008, ore 20:36

I banchi messi in fila uno dietro l’altro, i muri rosa salmone, le finestre sporche che riflettono una luce opaca sul pavimento, l’atmosfera della polvere (ha un’atmosfera precisa, un preciso modo di apparire della polvere, nascosta ma evidente) tutto in una sola carrellata d’immagini veloci, mentre la musica parte.
Trascinandosi sul muro, l’inquadratura passa di stanza in stanza, di edificio in edificio, seguendo una linea orizzontale: lei studia sul letto, le gambe accavallate, la matita in bocca; lui ripassa a gambe incrociate, girando in tondo sulla sedia nera, muovendo le mani; un’altra è seduta in un bar alle sette di sera, e mentre fuma legge con poco slancio una pagina piena di appunti concentrati e neri, la telecamera si allontana da dietro, e poi si alza, verso il cielo.
La musica rallenta, e si sentono tante voci che ripetono nozioni di argomenti diversi, poi viene silenzio.
È mattina, Marco è a letto con gli occhi aperti. Si alza, la telecamera rimane ferma mentre lui sparisce a piedi nudi oltre la porta, diretto in bagno. Lo segue dopo poco, si sta lavando la faccia, i rumori sono accentuati, non c’è alcun sottofondo musicale. Si sente il respiro.
Esce di casa, l’aria fuori è fresca. Apre il cellulare con una mossa precisa, legge un messaggio importante, che rimane suo, la telecamera non lo inquadra. Rimette il cellulare in tasca, esce dal cancelletto, lo chiude, e la telecamera si avvicina sul clic metallico del cancelletto chiuso, sulla sua mano che sparisce oltre il cancello.
Davanti a scuola, un gruppo di ragazzi isolato dall’intera massa.
Si guardano, la telecamera li inquadra uno per uno, la musica riparte di sottofondo, via via più potente.
“Beh, ci siamo, mi sa che dobbiamo entrare” dice una di loro.
Entrano, e lui con la mani sulla maniglia della porta, si gira un attimo, a osservare quello che si lascia dietro. Entra, e la musica esplode più forte che mai.
La telecamera comincia un moto ondeggiante, tra un ragazzo che sfoglia un vocabolario rosso, una ragazza che scrive piegata in due sul banco, i professori che camminano senza faccia, perché sono le facce dei ragazzi ad essere inquadrate. Si entra in una classe, e lei sta esponendo la sua tesi, davanti ad un gruppo di persone dagli sguardi seri, si esce dalla classe, si entra in un’altra dove una ragazza dai capelli biondi ripassa in modo frenetico, la telecamera l’abbandona e inquadra lui che sorride alla sua migliore amica, che nonostante tutto è là, ed entra, mentre la telecamera lo abbandona già.
L’inquadratura torna su tutti loro, loro sei, che scendono le scale
ed escono dalla scuola proprio mentre la canzone intona il suo punto più bello, le mani sul vetro, la scuola accesa alle loro spalle, facce intorno.
Scendono le scale
e mentre la canzone termina con il coretto finale, lui si gira a guardare la scuola, la telecamera lo inquadra da vicino, un secondo, e mentre si rigira per raggiungere gli altri
la puntata finisce in una schermata nera, con gli ultimi strascichi del coro
 
(Coldplay- Viva la Vida)
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domenica, 19 ottobre 2008, ore 14:46

Il mare davanti agli occhi, la luna coperta da nuvole sparse, poche stelle. Il pontile si staglia sulla destra, illuminato dalle luci della città- due ragazzi sono seduti su uno sdraio, raggomitolati su loro stessi per il freddo. La telecamera li inquadra da dietro, sgusciando sulla sabbia, e dopo poco li raggiunge. La musica si abbassa.
“Penso sia stata la scelta giusta”
“Tu non fai mai la scelta giusta”
La telecamera li inquadra da vicino. Lui sembra perplesso; si passa una mano tra i capelli, aspira, butta fuori il fumo, si gira verso il mare: profilo in controluce, il fumo che distorce la visuale.
“Perché?”
“Perché non sai scegliere, Marco, semplicemente questo. E dato che non sei capace di prendere una scelta, è impossibile che tu abbia preso quella giusta.”
Anche lei fuma. Lui si gira, la guarda con la bocca storta in una smorfia strana. Attimi di silenzio, la musica si alza leggermente. La telecamera li inquadra dal davanti, dietro hanno la spiaggia, il punto di vista sale, li si vede dall’alto, e mentre l’inquadratura scende sulle loro schiene in controluce, lui si gira:
“Già, hai ragione. Che merda.”
“E’ sempre la stessa storia, Marco, l’importante è rendersene conto”
La musica si sospende, per un attimo si sente solo il rumore del mare.
Si guardano, scoppiano a ridere, la musica riparte al massimo. La telecamera si allontana lentamente, inquadrandoli sempre da dietro, mentre loro restano a fumare di fronte al mare. La puntata finisce sulle ultime note della canzone, con una trionfale schermata nera in dissolvenza.
 
(Edith Piaf – Non! Je ne regrette rien)
 
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giovedì, 16 ottobre 2008, ore 19:58

La telecamera scorre per una strada indefinita piena di alberi gialli e arancioni, in un autunno sfrontato e acceso; le macchine passano accanto al punto di vista, sfrecciando tra le parole della canzone che fa da sottofondo, in un tutt’uno ritmico- la telecamera svolta, quindi sale.
Finestra per finestra, l’inquadratura aumenta di velocità, quindi si ferma. Dalla finestra, oltre le tende, s’intravede qualcosa, l’angolo di una vecchia scrivania, e sopra un barattolo di barbiturici. La telecamera avanza lentamente, mentre la musica va scemando. La stanza è buia.
La musica riparte, il volume si alza.
Luci, sudore, facce, bocche, lingue, mani, movimento. La telecamera si fa largo tra una folla indemoniata, e la inquadra, bella e sensuale, sul cubo, con un vestito verde senza maniche, gli stivali e la borsa in mano: le labbra a cuore, gli occhi chiusi, un braccio teso verso l’alto, i capelli che ondeggiano seguendo i suoi movimenti provocanti ma non esagerati. Mentre l’inquadratura si stabilisce sul suo viso, il tempo rallenta. I suoi occhi si aprono, si sente lo squillo di un cellulare. Il tempo torna normale mentre lei si piega per vedere chi le ha scritto. È un suo amico. Le dice che, alla fine, la cosa che temevano è accaduta. La telecamera inquadra il cellulare da vicino, il messaggio si legge, mentre lei lo lascia cadere: il cellulare sbatte a terra, si spegne e lei scende dal cubo, la musica rallenta, lei chiude gli occhi, un respiro a tutto volume, per un secondo
la telecamera torna in quella stanza, inquadra quello che è successo, e mentre la musica sta per finire, la schermata si fa nera
senza sottofondo musicale, l’immagine ritorna inquadrando un ragazzo di spalle che cammina su un vialetto alberato, giacca marrone e zaino grigio, le mani in tasca e l’ipod. Cammina lentamente, la telecamera lo segue per un secondo, due. Cade una foglia, passa una macchina, un clacson
e la puntata finisce
 
(Planet Funk – Who Said)
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domenica, 12 ottobre 2008, ore 12:28

Rendersi conto di essere in vita da diciott’anni, con tutto quello che il numero diciotto comporta, mi rende strano e mi stranisce. Ricordo con esattezza di particolari il momento in cui scrissi il post dei sedici anni. Bei tempi, andati.
Che si stia aprendo un nuovo capitolo? Forse si è già aperto. Boh, però qualcosa manca, indiscutibilmente
m.
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