giovedì, 18 settembre 2008, ore 19:02

Ho lasciato dietro di me agosto, l’ho dimenticato per strada; o forse l’ho semplicemente vissuto così intensamente che non ho avuto il tempo materiale di sedermi alla scrivania, tirare su col naso, incrociare le gambe sulla sedia, controllare che la porta fosse ben chiusa e pensare a quello che stava accadendo.
Ho bisogno di farmi una doccia. E voglio anche tagliarmi i capelli.
La mia camera è un caos, ci sono cartacce ovunque e vestiti sparsi, ed è difficile credere che sia aria respirabile quella che respiro mentre scrivo- chissà, forse sverrò per la mancanza di ossigeno, e mi ritroverà mia madre, per cena, morto in questa camera a gas, con la testa sulla tastiera, e una schermata piena di lettere a caso digitate nella caduta.
Ascolto una musichetta che ti invoglia al suicidio.
I pantaloni da casa, i pantalonipanorama, mi fanno caldo, ma se li tolgo ho freddo, ne sono certo. Tutte le volte che scrivo, o mi appropinquo verso word, il mignolo della mano destra si anima e comincia a pulsare, e mi dà fastidio, tanto che a volte devo smettere di scrivere: mi sembra di averla già scritta questa strana malformazione del mio mignolo destro, che tra l’altro stasera tarda a palesarsi.
Su un post-it accanto al computer c’è scritto Irene Goldoni.
Ascolto un’altra musichetta pro suicidio, ma questa è più famosa dell’altra. Chissà perché poi tutti parlano di ammazzarsi.
Di tanto in tanto, prima di addormentarmi, spero di restare lì, così, dormiente e beato, e non tornare più alla realtà. La verità è che soffro, soffro e non so il motivo della mia sofferenza. Forse è la tranquillità che mi opprime. Ho sonno e sono sintetico. Incisivo. Basta sotterfugi verbali, quando non sai cosa ti addolora come puoi abbindolare con virtuosismi letterari chiunque voglia leggerti? Dovrei inventare qualcosa, ma stasera non ho inventiva.
Nell’aria c’è qualcosa. È il profumo dei sofficini che viene da giù.
Beh, almeno stasera mangio qualcosa che mi aggrada. Per dieci, undici minuti sarò spensierato, perché quando ho la bocca piena non riesco a pensare.
Ed è una sensazione così confortante, come se non esistesse più nulla
è impossibile
è innaturale
è così
o forse no?
ma poi, forse è vero che smettere di pensare è possibile
 
m.
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martedì, 16 settembre 2008, ore 19:16

È stata una giornata dura da affrontare. Si conclude con un lampo di immagini un po’ strascicate, l’ultimo primo giorno di scuola di una vita, ed è cambiato tutto, anche se ogni cosa sembra uguale: ci sono i banchi, ci sono le finestre a scorrimento, ci sono i professori, ci sono le mura rosa salmone, ma non c’è l’armonia di un tempo, la compattezza che mi faceva venire voglia di alzarmi la mattina per andare e vedere e ridere e abbracciare. Un ultimo anno di scuola che inizia in un modo inusuale, manca la voglia la spinta la volontà la caparbia, la serenità di un tempo. Un tempo, tempo fa, tanto troppo tempo fa. Non c’è niente che mi invogli a dire –passerà!-, perché è una ferita troppo profonda, uno strappo troppo evidente nel perfetto equilibrio di un’esistenza cambiata
m.
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