Per quanto ne so, quella ragazza aveva uno sguardo triste e vuoto, seduta a gambe incrociate sul muretto davanti a scuola. Mi sono sentito dannatamente impotente di fronte a tanta amarezza concentrata in un’unica figura. Io non sono triste, e non scrivo perché solo con la tristezza tra le braccia riesco a tenere salde le dita sulla tastiera- ad ogni modo, è aprile, e in aprile soffia il vento freddo dell’inverno trascorso e i fiori sono sbocciati in una primavera che delude a tratti. Cosa c’è di sbagliato nel circostante mio mondo? Aspetto, talvolta osservo. Rispetto all’anno scorso, è come se non vivessi più in prima persona ciò che accade, ma che fossi semplicemente lo spettatore di un B-movie un po’ noioso, e me ne restassi seduto scomposto senza lasciarmi coinvolgere; ma sono felice. Il mondo sembra sorridermi in aprile, anche se l’assenza di preoccupazioni mi lascia turbato e ansioso, perché è per me, tristemente o meno, un’inconsueta circostanza non avere nulla per cui agitarmi. Mi trascino avanti sospinto da quel messaggio e dalla chiamata delle otto e ventitre, senza guardare mai fuori dalla finestra, oltre i vetri, oltre gli scuri, tra l’erba alta del parco universitario; potrei vedere qualcosa luccicare, e tastare con mano la rivelazione della mia vita, e allora diverrei onnipotente e verrei assunto al cielo, beato tra i beati
m.