Dovrei lavarmi di dosso strati cementati di stanchezza, dovrei alzarmi da questa sedia e scegliere la vita serena che mi è capitata con un sorriso sincero e lieve, per essere etichettato come persona felice che prosegue la sua esistenza mormorando d’altro in modo superficiale, poco coinvolto dalla monotonia, dalla piattezza delle case che lo circondano – e invece, un mese fa, c’era un ragazzo fermo nella nebbia davanti al condominio rosa che s’erge prima di casa mia, avrei voluto parlargli, fermarmi proprio, e chiedergli perché stesse fermo anchilosato muto lì davanti senza cognizione di causa apparente, un abbraccio e poi sarei andato via, ma almeno avrei scoperto e saputo perché quel ragazzo era lì davanti a quella casa in silenzio, con la nebbia attorno e il freddo nelle ossa. Semmai aspettava che Carla si decidesse a ribaciarlo una terza volta, semmai aspettava la prossima vittima essendo lui un serial killer, semmai era un guardone senza niente di meglio da fare che osservare cemento e intonaco, semmai era semplicemente un cadavere nebbioso privo di aspirazione, semmai voleva bere solo un caffè e mangiare un cornetto, e aspettava che qualcuno gli porgesse il tutto dall’uggia densa, per non scomodarsi e crepare così il quadro romantico che era riuscito a costruirsi intorno; semmai era lì per ricordare qualcosa, semmai lì era morto suo zio, semmai proprio lì ci aveva rimesso il cuore; chissà che fine ha fatto: forse è ancora lì, e nessuno riesce a vederlo, forse
m.