Stranamente pensiamo che ci sia un modo che permetta alle cose di non finire, quando semplicemente dovremmo accettare e metabolizzare l’idea di fine come idea di inizio – sempre più spesso mi ritrovo a pensare a vaste distese di terra rancida in putrefazione, senza più uno spicchio di erba verde, di fiore rosa o giallo, di viva natura che s’affaccia e fa capolino dai raggi di un sole opaco, dietro le colline, sempre più spesso associo quest’immagine alla sorgente di tutto questo tran tran generale, ovvero la mia vita nel suo complesso itinerante, che s’inerpica lungo sentieri paludosi, incespicando e inciampando nelle coltri fangose di un terreno che non ha più frutti da dare (c’è troppo sale, sale grosso da cucina, bianchi cubetti salati mischiati a particelle terrifere, in un puzzle privo di esistenza), e rimugino che è impossibile strappare un pizzico di onesta bellezza da un paesaggio come questo, sterile e privo di attrattive per chi ha voglia di vedere davanti a sé i colori opachi di un’alba in aereo o la luce intensa della luna tra le onde che fluiscono e spumeggiano: e allora non ti resta altro che metterti le mani nei capelli, e scappare; oppure rimanere immobile nella fanghiglia, tra vermi grigi, aspettando un bocciolo che sconfigga lo squallore generale, e trovi la via della vita, senza essere castrato sin dall’inizio dalla voglia di essere normale e dalla tendenza ad assecondare la sterilità che lo circonda. Solo così riuscirebbe a crescere, libero da ogni tipo di parassita, libero da ogni costrizione, libero
m.