giovedì, 29 novembre 2007, ore 18:09

..viaggia il treno oltre lo spazio e il tempo del mio interno e personalissimo sentiero, dove niente è più ingannevole del cuore stesso, citazione necessaria - sotto il mondo, sotto lo strato di panna montata del mondo che noi conosciamo c’è la sfera dell’illusione: ciao illusione, sei tutta mia, mi porti a credere pensare di potercela fare qualche volta, rarissimamente, anche se il sole è caldo e il mare in tempesta; ehi, ridammi ciò che è sempre stato mio, la capacità di vivere sui miei piedi, senza bisogno di questa continua cassetta lato a e lato b, e ancora a e ancora b, sempre così, senza scampo; megacaos, bizzarro, loquela di pensieri, nessuna certezza, una convinzione: se ottengo ciò che voglio, tutto perde interesse, quindi per favore non andartene con tutto ciò che concerni, rimanimi all’interno, incatenati a me, chiunque tu sia, quando arriverai, se arriverai, quando i pianeti si allineano e mi taglio i capelli - lascia che prosegua per sempre, lasciala andare, via via via via da tutto e tutti, via da te, lascia questa vita e pensa a dopo, a quello che è connesso con niente, tatuaggi permanenti a livello crinoide: sono io, ho cancellato i messaggi, dico ciao alla mia anima, cominciamo a calpestarla come si deve, educhiamola, sicché è da troppo tempo che vaga sperduta - basta pensare, nessuno è in grado di capire alla fine in realtà

m.
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venerdì, 23 novembre 2007, ore 22:37

Sono disgustato e spaventato, sono infreddolito e ingrigito dalla nebbia, sono questioni di scienza, scienza e progresso, progredire che significa evolversi che forse concerne anche il cambiamento, e nessuno ci dà la garanzia che il suddetto cambiamento si dimostri poi realmente positivo - ho come la sensazione che tutto sia dannatamente ironico per un maligno accanimento di sorte, alla fine riesco a vedere sarcasmo ovunque, cioè, alla fine è più facile di quanto si creda trasmutare la tragedia in commedia, anche perché sennò si rischia davvero di morirci dentro, di sciogliersi sotto l’ondata acida della corruzione dell’animo umano, che è la cosa più malleabile che natura abbia creato; oh, perché il tempo non si riavvolge in un oblio di costante ritorno? Perché non posso tornare in quinta elementare con i capelli corti e le guance da culo di bimbo senza preoccupazioni se non trovare qualcuno con cui disegnare e ridere e leggere e giocare per il prato morto di quella scuola arancione e bianca? Io non ho più voglia di avere male alla testa, ho troppe informazioni stipate negli armadietti del mio subconscio, straripano, ci sono le bestie che mi mangiano dentro e non mi fanno più ragionare, e se sragiono sono la cosa più insensata che abbia mai calpestato questo mondo rotondo  sospeso nell’etere infinito, tanto perché stasera mi sento in vena poetica e voglio scrivere cose pregne di significati pesanti e ragionati: nessuno mi disse che sarebbe stato facile, e invece, eccomi qui pronto a giostrare a bacchetta il mio cuore e i suoi battiti, a reprimere le mani che tremano perché si deve sempre aspettare a causa di una morale beota da cui verrò presto mangiato e inghiottito e digerito tra i succhi gastrici - voglio scappare sull’autobus, e l’episodio finirà con The Scientist dei Coldplay

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venerdì, 16 novembre 2007, ore 21:55

Suppongo sia normale dimenticare di vivere, e anteporre bisogni fisiologici alla propria essenza, talvolta mi scordo di essere io e mi lascio guidare da strane pulsioni restie ad abbandonarmi, anche perché io non faccio nulla per frenarle: mi perdo in un momento, nel frangente di un’immagine che si rifrange in mille altre immagini particolari, create dalla mia psiche per evidenziare l’atrocità della vita in sé e per sé: avere a portata di mano qualcosa di sconcertante e non volerlo volendolo è proprio del genere umano, ma è così agghiacciante vedere scivolare fuori da ogni poro del tuo pensiero il desiderio e la cupidigia, e mandarli a defecare solamente perché non è mai il momento giusto per essere felicemente capaci di essere felici. Lasciamo stare poi il senso di inquietudine costante e l’amarezza del giorno prima quel giorno catartico, quando ho guardato l’orologio e le undici erano le undici, e ho espresso un desiderio che non si avverrà mai perché io in primis faccio di tutto affinché non avvenga, infliggendomi così altre ore al telefono a parlare di quanto sono triste, solo, di che mostro sono diventato e sul perché la gente mi vede come un essere svuotato dei sentimenti più basilari e inconsci, del bisogno d’avere affetti solamente per compensare la paura e l’angoscia della solitudine, il grande tema della vita mia, la solitudine espressa in mille facce e mille denti bianchi o ingialliti dalla nicotina che si muovono e masticano al ritmo del mio agire, del loro volere: macchino, dicono, io macchino le sorti e mi prefiggo obiettivi attraverso persone, persone che, una volta compiuto il loro scopo ai fini del mio fine stesso, metto da parte con inesorabile lucidità e cattiveria, senza accorgermene - una specie di principe post moderno guidato dal dovere di mantenere se stesso un pelino più avanti degli altri, concentrato sui suoi occhi e sul suo bisogno di stare al centro dell’attenzione per non perdere fiducia nelle sue capacità oltremodo sviluppate dal narcisismo narcotico e dannoso che lo invade. Io non sono ciò che dico di essere, ma neanche ciò che gli altri pensano io sia, anche perché io sono solamente qualcuno che cerca di essere qualcosa senza prefiggersi con decisione cosa, io sono il signore incoerenza e il paradosso che cammina, con i pro e i contro di un maglione di ciniglia blu e largo e uno stretto marrone che metto sempre sopra la maglia arancione che profuma - guardo il mondo da una prospettiva piuttosto egocentrica, è vero, ma dai, suvvia, smettiamola di presentarci come martiri generosi donatori d’ogni cosa e aiutanti costanti del prossimo, e cerchiamo d’essere un minimo più corretti nei confronti di chi, senza scrupoli, mette il suo mantenimento avanti tutto, anche perché se io non mi mantengo non sarei in grado di mantenere nient’altro, ragion per cui io devo assolutamente preservarmi per preservare e continuare ad essere me con chi ho attorno (se fossi un surrogato bislacco del mio essere sarei privo di attrattive), smettiamola di diventare patetici nel paragonare il prima, il dopo e il durante e che si viva come dio comanda, senza sapere ciò che è giusto o ciò che è sbagliato, smettiamola di ridurre la vita ad un ammasso di forse e se, smettiamo di ingannarci con le illusioni, smettiamola, dai, non è poi così difficile, lo fanno tutti, prima o poi

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lunedì, 12 novembre 2007, ore 19:56

Un martello, aveva bisogno di un martello, o comunque di qualcosa che facesse molto male se lanciato violentemente contro il cranio di qualcuno; sì, aveva voglia di fracassargli le ossa, di spappolarlo, zuppo nella sua materia grigia, di spargerla per terra, in un bagno un po’ macabro ma oltremodo romantico. Un vero e proprio omicidio, e quale morte migliore per un uomo così dannatamente incivile e immorale se non l’assassinio più cruento e inumano della storia dell’umanità?

È sottile il confine che separa l’uomo dalla bestia, perché la razionalità non può molto in confronto alle primigenie, scimmiesche pulsioni che albergano in ognuno di noi, e quindi non si fece scrupoli, perché aveva avuto sin troppa razionalità, già, aveva razionalizzato l’inverosimile, non aveva più voglia di continuare a meditare e rimuginare, bisognava passare ai fatti, bisognava dare una fine a questa lunga storia, per passare a qualcosa che alcuni definirebbero brutalmente banale, ma che altri trovano logico, e normale, e a volte anche noi abbiamo bisogno di normalità, noi che cerchiamo sempre di essere diversi e vagamente speciali, e diventiamo squallidi, perché il mondo è banale, e come potrebbe comprendere quindi la complessità di una morte così suadente? La definisce schifosa e squallida, perché è stato versato del sangue, e non va oltre, non va avanti, rimane fermo, fermo, come al solito, come sempre

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giovedì, 08 novembre 2007, ore 17:19

Delirando: cosa c’è di più bello di uno sguardo nascosto tra mille altri sguardi, tra cento altre facce, individuare quella che ti fa sobbalzare e gemere per i brividi e le scosse, ma non è amore quello che si prova, è solo l’autoconvinzione amorosa, perché io credo che l’amore nasca dopo, non nasce subito, è frutto dell’evoluzione della piacenza fisica e mentale, è un progredire, uno stare un poco più attenti a ciò che si prova per arrivare alla realizzazione effettiva dell’enormità delle nostre sensazioni quando i nostri sguardi s’incrociano e il mondo sembra rovesciarsi - forse l’amore è proprio questo, il capovolgimento d’ogni cosa, della nostra essenza, del nostro essere noi in relazione agli altri, io innamorato sono io capovolto, io sincero ed affabile, io altruista e samaritano biblico (vuoto nello stomaco, ossa fredde, voce singhiozzante, labbra tremanti); ma poi, cos’è che piace tanto dell’amore?, forse l’essere tremebondi di fronte ad un mezzo sorriso sghembo? O forse sapere che quando torni a casa hai un messaggio nel cellulare e un altro nel cuore marcato col fuoco e col sangue, delirare di fronte alle beffe dell’innamoramento, soggiogati dall’eros e ostacolati dalla gelosia? Forse è questo che voglio davvero, o forse è semplicemente colpa della teoria che mi stanno inculcando da ogni parte: l’amore vince su tutto e tutti, e alla fine trionferà - alla fine, trionferà o non sarà mai più lo stesso. Dio, non è la cosa più ridicola abbiate mai sentito?

m.
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domenica, 04 novembre 2007, ore 16:08

Penso spesso a quanto quest’anno sia diverso dall’anno scorso, e mi ritrovo a fare strani parallelismi contorti su chi frequentavano, sulla lunghezza dei miei capelli, sui vari voti scolastici, sul teatro, oddio, ho cominciato a rimuginare sul fatto che l’anno scorso era iniziato notevolmente prima ed io ero molto più agitato di quest’anno, sicché era la prima volta che mi accingevo a recitare; ora che mi sono tramutato in un istrione, invece, l’ansia da palcoscenico non è più affar mio, non mi sfiora nemmeno. In realtà è uno dei pochi pensieri che faccio, anche perché mi sono deciso ad elucubrare meno, per non incappare in errori di calcolo madornali: prendo la vita come viene, e chi se ne frega, faccio ciò di cui ho voglia, ciò che mi sento di fare la mattina mentre vado a scuola o alle sette guardando Streghe su Sky, e smetto di rimuginare sulle conseguenze, su cosa potrà accadere in futuro - devo anche smetterla di trovare sottotesti a qualsiasi frase pronunziata da qualche malcapitato, è fastidioso stare ore ed ore a scervellarsi per poi scoprire che è tutto sempre più banale

m.
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