mercoledì, 24 ottobre 2007, ore 21:48

Mille fogli sparsi: carta straccia, carta nera, disegni, frasi (ho la strana abitudine di riportare alcune frasi topiche delle mie varie telefonate su piccoli foglietti raggruppati caoticamente in questo studio asfissiante), e penne di ogni colore e genere, ce ne è una particolarmente cicciuta che è un bijou, t’invoglia alla scrittura, ma mi è tornato il malumore giusto ora pensando ad una cosa squallida riguardo ad una penna metaforica, quindi no, meglio che smetta di scrivere e vada a fare altro, tipo il modellino di una centrale geocentrica o il ritratto al chiaro di luna dell’ulivo piantato in giardino

m.
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venerdì, 12 ottobre 2007, ore 18:03

Per un attimo, un momento, uno spicchio infimo e ridotto di tempo, in autobus, io sono stato felice - e l’angoscia dove la mettiamo? Ho ufficialmente un anno in più, e mi riempie di malinconia nostalgica sapere che non potrò avere mai più sedici anni, io ho amato i sedici anni, e ora sono scomparsi nel susseguirsi delle stagione e dei mesi, degli anni e dei lustri, io ho sedici anni, no, ne ho diciassette, ne avevo sedici anni, cosa cazzo cambia? Io non cresco, punto e basta, io resto sedicenne dentro, checché ne dicano, e vaffanculo

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domenica, 07 ottobre 2007, ore 19:35

Odio i maneggi e le mosche in ogni angolo, ma il cielo che si rabbuia e il vento che fa danzare le foglie morte, oh, la campagna prima che arrivi la tempesta, la bufera autunnale che si prepara ma ti colpisce soltanto quando decidi di salire sulle bici e tornare a casa, la pioggia battente, il freddo, la Pezza davanti/dietro che arranca, la Giò che slitta con la tenuta da cavallerizza sul selciato bagnato, con le macchine intorno, le macchine che sfrecciano ad alta velocità, le nuvole nere, piene d’acqua, e i lampi di luce; fermarsi e trovare rifugio in un cimitero, correre osservati da occhi stampati in vari colori, occhi tristi, persone che dormono ricoperte di fiori e biglietti, e noi tre su una scala che ci fumiamo una sigaretta, una cappella di fronte con un’unica luce rossa ad illuminarla, uno scenario a metà tra un film horror anni ottanta e una commedia tragicomica tipicamente americana, la nostra realtà, quando sembra che smetta e noi ripartiamo, e tutto ricomincia da capo, i vestiti da contadino bagnati sul corpo, e le risate (dio, non ridevo così da inizio luglio) con “Blu, Stella, porco dio!”, la crisi isterica della padrona di casa che, sotto la pioggia battente, con il freddo nelle ossa, deve chiudere i due cani nel recinto, perché qualcun altro ha paura, ma gli animali la prendono in giro, e la Pezza ciondola davanti alla grande casa: e poi, il thè finale, in quella cucina rustica che riscalda ogni cosa, la tuta blu e i capelli leonini della Pezza, un sabato pomeriggio come un altro, e la pioggia fuori che non vuole smettere di urlare - oh, davvero, che bella che è stata la gita a Settecazzi!

m.
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martedì, 02 ottobre 2007, ore 17:51

Ero in bici, stavo tornando a casa, e un autobus mi ha sfiorato; no, cioè, non mi ha sfiorato, mi è passato molto, ma molto vicino - se mi avesse davvero sfiorato sarei caduto, o forse morto, o forse paralizzato, o forse non so, fatto sta che ho sentito la presenza ingombrante ed enorme di un essere mostruoso palesarsi nei meandri della mia spalla, del mio corpo, della mia vita: ho avuto paura di morire. Io ho paura di morire, l'ho realizzato, io non voglio morire, è una cosa un po’ banale, ma io non voglio morire in nessun senso, non voglio che la mia vita muoia sotto i colpi dei problemi che mi assediano nonostante la nuova era sia cominciata, necessito che sopravviva, che resista, per capire se c’è davvero qualcosa per cui valga la pena morire, questa volta realmente, corpo morto e anima persa (ma esiste davvero qualcosa di così, di così - di così?)

m.
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