Ho scoperto che la tomba privata della mia famiglia è accanto a quella dei Diozzi, ed è ironico, vicini di casa per sempre, anche da morti - ho il ricordo nitido di una donna alta e fiera, col naso lungo e il cipiglio fermo, e il rossetto rosso sulle labbra sottili; i suoi capelli erano sfibrati e comunque scuri nonostante l’età avanzata, ma facevo sempre attenzione ai lobi delle orecchie, così grandi e quindi affascinanti, per chi adora toccare le orecchie alle persone con caparbia quasi maniacale. Lei era strana, e aveva un modo tutto suo di voler bene alla gente. Era strana, e non la sentivo spesso, ma mi confortava saperla lì, a Cento, nella sua grande casa, pronta a scendere per andare a messa, lei e il suo cappotto blu, e le scarpe nere col tacchetto. A volte dicevo di odiarla, perché boh, lei era così distante, e così incapace di manifestare l’affetto nei confronti di chi, per difendersi, perché gli eventi di un adolescente raramente si concentrano solo su una nonna, evitava di parlarle quando chiamava mio padre (non sapevo cosa dire, non ho mai saputo cosa dire, e ora mi sento così in colpa, così fetido, così) - oggi ho scoperto che teneva informata la signora Diozzi della mia vita e di quella di mia sorella, e che era tanto fiera di noi, e che era orgogliosa, perché siamo due bravi ragazzi, perché siamo sempre stati bravi, oddio, Arnalda, solo ora mi accorgo quanto fosse decisivo averti laggiù, te e il tuo ragù cotto sei ore, e la terrazza che dà sul giardino, il pianoforte in sala, la mano che mi stringevi quando avevo paura, la notte. Gli attimi passano, il tempo scivola via, ma io soffro come mai ho sofferto nel corso di diciassette anni, e rimpiango ogni cosa, da vero ipocrita; mi sento così incapace di fronte a tutto questo, così stupido, così mortificato: sono stranito e - Ciao nonna, scusa, ti voglio bene.
Cosa sta succedendo? Mi sono rialzato, lentamente, faticosamente, ma mi sono rialzato. Sono in piedi, e guardo fuori, e guardo dritto, e sono in piedi, ed è importante, non ho più la faccia a terra - sono in piedi, posso tornare a fare qualcosa, dopo due mesi di stallo emotivo, io sono in piedi e reagisco alle emozioni, al mondo là fuori, alla donna della porta accanto. Reagisco, e nonostante io debba lasciarmi alle spalle il passato, non ne ho nessuna voglia, non voglio, sono certo che continuerò a rincorrere le stesse macchine intorno alla mia testa per sempre, perché sono fatto così, perché ho bisogno di tutto ciò che rappresenta per essere davvero vivo, per essere davvero me, per essere qualche cazzo di cosa, per essere
Non si può giocare con il cuore della gente se non sei un professionista - ma ho la cura
(chissà cosa avrei potuto scrivere oggi, due mesi fa)
Cos’è davvero importante, allora? Qual è la vera ragione, la ragione che ci spinge ad andare avanti contro tutto e tutti, contro il computer che s’impalla, contro la versione che non viene, contro il cuore che si spezza? Voglio trovare un senso a questa condizione, voglio trovare una ragione per la quale vivere e morire, voglio capire da che sostanza è composto l’amore, voglio la formula scientifica, perché credo, anzi, so di essere pronto per l’amore, voglio amare cazzo, voglio dare tutto me stesso, voglio abbandonarmi tra le sue braccia per ridere e piangere, per guardarla, per sentire il suo odore, per essere melenso e sconvolto, per essere me, è da troppo tempo che indosso questo costume da medio-altro borghesotto di destra; quindi, ovunque tu sia, vieni a prendermi, ti necessito, te esigo, e ti bramo più d’ogni altra cosa, perché sarai comunque, in ogni caso, per sempre, la mia unica, e sola, gioia