martedì, 17 aprile 2007, ore 18:33

I piccioni a Modena non si spostano; ovunque volano via anche per uno sputo, ma qui no, restano fermi. I piccioni a Modena non si spostano, sono dannatamente smorfiosi, tremendamente tronfi, odiosamente arroccati sulla loro superiorità. No, quel piccione oggi non si è spostato, è andato contro le ruote della mia bici, ci ha rimesso mezza ala, ma non si è spostato. Perché non si è spostato? Perché è rimasto fermo? I piccioni si devono spostare, è normale che lo facciano, è logico, è naturale. Forse sono timidi, talmente timidi, talmente insicuri che restano fermi, e non fanno nulla; o forse sono stupidi, perché vogliono aspettare fino all’ultimo secondo, vedere chi alla fine cederà,  e rischiano, sì, rischiano. Non so perché facciano così, sta di fatto che i piccioni a Modena non si spostano, e io li odio.

m.
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domenica, 08 aprile 2007, ore 12:56

Per Amelia da quel giorno cambiò tutto.

Ora poteva correre per i prati, avvertire l’erba tra i suoi piedi, sentire l’odore umido del terriccio imbevuto di pioggia; si rotolava per terra, e gioiva nel guardare il cielo, e il mare, poco più distante. Correva fino alla scogliera rocciosa, fino al limite, e si fermava di botto, sfidando l’aria e la sua forza. E non cadeva mai, restava in equilibrio: apriva le braccia e si lasciava abbracciare dal vento autunnale, fremente. I suoi capelli rossi ondeggiavano come fiamme lucenti, in contrasto con quel volto pallido e smunto, pieno di lentiggini. Amelia era povera, aveva quindici anni - anche se diceva di averne già sedici, benché li compisse solamente in dicembre -, e viveva con la madre in una piccola fattoria. Suo padre era scomparso quando lei era piccola, perduto in quel mare impetuoso in cui andava a pescare ogni mattina. Ci fu una tempesta, le onde si alzarono, i fulmini devastarono il cielo, e la piccola barchetta di legno fu scaraventata nei flutti schiumosi di un abisso irremovibile e crudele. Pianse molto, così ricordava. In realtà non pianse affatto, perché era troppo piccola per comprendere appieno il significato della parola ‘morte’. Da quel giorno però la sua vita prese una piega inaspettata e piacevole. Andarono a vivere in questa piccola fattoria, unico possedimento del padre, e lei fu libera di sfidare e onorare quella natura che amava tanto. Amelia credeva di essere speciale, perché riusciva a trasmettere la sua anima nelle piante e nei fiori, e poi parlava con le farfalle. Il mare era una costante della sua vita, senza mare si sentiva inutile. Lei amava le onde, nonostante le avessero portato via il padre. E proprio per questo aveva tanto insistito con mammà per andare a vivere lì, a pochi chilometri dalla scogliera rocciosa. Sua madre, Alfonsina, odiava l’idea di vivere in una località marittima. Era un donnone di città lei, detestava la campagna, gli insetti, il caldo afoso e il lavoro pesante; ma, purtroppo, erano poveri, rasentavano la miseria, e la vita di città si mostrava decisamente troppo costosa. Acconsentì con un cipiglio rigido, che celava tutta la sua amarezza. E abbandonò il mare per l’oceano.

 

Scrissi questo un giorno in cui ero felice.

E “Una vita” ispira, vabè, non starmelo a dire.

m.
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lunedì, 02 aprile 2007, ore 19:24

Ragioniamo sempre su cosa è meglio, su cosa è peggio. Siamo sempre pronti ad accusare chi è più fortunato e chiudere un occhio davanti alla disonestà di un compito copiato, di una parola di troppo alle spalle. Siamo malati in questo, un po’ subdoli, un po’ viscidi.  Anche io lo sono, non credi? Drammaticamente incapace di tenere la bocca chiusa, o di aprirla quando serve, quando è giusto, quando dovrei. Ho voglia di un’analisi approfondita e ridondante sulla mia personalità, mi servono attenzioni, Anna, mi servono certezze (che parola volgare, ridonda, risuona, si amalgama sulla zeta in modo grezzo, e io, ripetendola di continuo, non faccio altro che conferirle importanza). Mi manca il mare e Zadina, e l’odore freddo del mio appartamento, quando la nonna apre le finestre per la prima volta, nei weekend di aprile; la stufa gorgogliante, la tazza del cesso che traballa quando ti ci siedi, l’acqua fredda. Boh, lo sai bene, al mare cambio. Credo che l’abbronzatura mi compisca più nel profondo, perché Zadina è Zadina, è una piazza magica, è una teca di vetro intoccabile, è così piccola, fragile, così romantica. E le facce di Zadina? Sempre quelle, volti squadrati e soprattutto volti vecchi, gente stabile e irrequieta, ragazzi, io e te, e Andrea da Verona. È poi vero, Anna e Marco senza Zadina sono fumo; senza il Top Story, senza lo Chery, senza il fantomatico pontile. Dalla tua casa si vede il mio balcone, e nel tuo balcone io vedo tua mamma che, volteggiando in un pareo, si cruccia nell’enigmistica. Io vedo la panchina verde sotto il mio palazzo, e il solo pensiero mi causa un fitta, fortissima, un’ansia, non so, una gioia un po’ malinconica (credo si chiami nostalgia). E, Anna, la pineta! Dimenticavo la pineta. Io, Tommy, Frodo ed Edo(l)ardo intenti a fumare di nascosto, laggiù, dove gli alberi di Tagliata si fondono con quelli di Pinarella. Evidenziare la realtà è doloroso.

Anna, Anna, mille volte Anna. Tu conosci una parte di me che nessuno conosce, tu sai come sono, tu conosci sia il modenese che lo zadinaro, hai visto, hai capito, hai accusato. Come posso cercare di escluderti? Come posso solo pensare di farlo? Sono un pazzo. Anna, boh, ti voglio bene. Anche solo ad Anna, come nome. An-na. Uguale da qualsivoglia parte. Uguale. Anna, Anna, Anna. L’importanza di un nome: oggi voglio ripeterlo fino ad impazzire.

m.
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