I Diozzi. Un nome, un’essenza, una costante presenza della mia infanzia. I Diozzi, eterei e inconsistenti, incorporei, fantasmi di persone che non fanno rumore, non ridono, non guardano la tv. A Cento di Ferrara, nello squallido, medievale antro della provincia campagnola ferrarese, abitano i Diozzi , e non si muovono, fissi nella loro casa che non si sa bene dove sia. Alcuni parlano con loro, quelli che hanno la fortuna (o la sfortuna) di incontrarli per strada, e sono testimonianza vivente che i Diozzi, certamente, esistono. Una nonna paterna (quella che a Natale era moribonda sul letto, quella col naso rosso e lungo, dolce come il sale, bigotta e decisamente magra) che intima all’infante nipotino di fare piano, di controllare la voce, perché, sì, i Diozzi sentono; non 'potrebbero sentire', loro sentono: i Diozzi ascoltano, captano e assimilano. Mutanti, strane creature malefiche. Di-oz-zi, tre sillabe, la lingua compie tre passi: contro i denti, quindi giù e infine struscia sul palato (vagamente lolitiano). Risuona sinistro questo cognome di circostanza, questa parola che sottintende un ordine, che ti porta a strani gesti apotropaici dettati dalla sventura di una famiglia invisibile. Mai sentita, mai una voce, uno strillo; nessun segno di vita, solo questo costante ascoltare, e lo sguardo della nonna paterna (oggi moribonda) che invita ad un rigore morale e fisico: “tenere a bada le corde vocali, insomma, putein!”.
I Diozzi, una donna grassa e imbufalita con il mondo, ricca; due bambine alla Shining, piene di sangue, sporche, sudice e cattive; un figlio grande, novello Cesare Borgia, machiavellico, astuto e incestuoso (le due gemelle sono sporche ma belle). Ecco i Diozzi, nella mente malata di un bimbo di dieci anni. Ed è buffo pensare che ancora oggi, sei anni dopo, io non sappia chi mai siano questi benedetti Diozzi.