Il lunedì, il mercoledì, il venerdì Marco va in palestra. Ieri, tornando dalla suddetta con la sorella ventenne, mi sono perso, di colpo, ad immaginarmi la sua vita futura, un giorno come tanti, giorni uguali e giorni lenti.
Tra due decenni, a quaranta anni, mia sorella sarà una magra impiegata comunale, laureata per sfizio, sposata per dovere. Avrà una vita normale, nei limiti della normalità quotidiana, quella tanto odiata dal fratello. Laura sarà sposata con un certo Claudio, modesto dirigente di una qualche azienda, un uomo che ha passato bei tempi, e che ora si massaggia la pancia prosperosa e glabra, perché sì, lui è senza peli. Laura cucinerà la cena ogni sera, mentre il pranzo sarà affidato alla madre, mia mamma, nonna di due nipotini: un maschio e una femmina, Luca e Chiara (o Giulia, non so); quest’ultima sarà vittima del kitsch di famiglia, e dovrà prestare i suoi lunghi capelli castani alle acconciature marie-antoinette della madre, e ai vestitini da brava ragazza, che l’adolescenza brucerà nella droga. Laura porterà due volte a settimana suo figlio a calcio, alla Madonnina, e dopo un’ora e mezza lo andrà a riprendere, porgendogli, in un gesto inconscio, frutto dell’abitudine, nera bastarda, una merendina al cioccolato, comperata nel conad opposto al campetto. Avrà un cellulare vecchio, probabilmente antico regalo di Natale del marito, con cui chiamerà casa, dicendo che sta arrivando. La nonna, allora, dopo aver aiutato Chiara/Giulia con gli esercizi di matematica, prenderà la sua macchina e tornerà dal marito, giornalista in pensione, pronto a prenotare un lungo viaggio oltreoceano. Laura parcheggerà con cura, si guarderà nello specchietto e scenderà dalla macchina, seguita dal figlio. Abiterà in un condominio nel centro di Modena, in una casa carina e modesta, al settimo piano. Il suo portachiavi tintinnerà dolcemente, e la chiave girerà nella toppa con dolcezza, mentre i passi di Chiara/Giulia risuoneranno nell’ingresso. Laura sarà mediamente fredda, un’impiegata un po’ repressa, una casalinga disperata, di quelle vere, però. Si spoglia in camera sua, in una camera grande e arredata con poco gusto, e guarderà la sua immagine allo specchio, la sua immagine di donna che si avvia alla vecchiaia, l’immagine di un corpo che risente degli anni e dello stress. Claudio chiamerà suppergiù alle 19,30. Laura si mette la vestita da casa, e va in cucina, mentre Luca gioca alla play e Chiara/Giulia con le barbie. Claudio arriverà dopo una mezz’oretta, volgare nella sua irreale compostezza di medio borghese. Alle 8,10 circa, la cena sarà servita sul tavolo rettangolare della cucina: una cena modesta, adatta ai mobili bianchi dell’ambiente, e alla mentalità dei presenti. Laura aspetterà con ansia le 21, e per due ore s’immergerà nella fiction del momento, sdraiata sul divanetto, mentre i bimbi dormono (rigorosamente a letto presto, bacino obbligato e tante grazie) e Claudio legge il giornale, spaparanzato sulla poltrona verde, con dei calzoncini di dubbio gusto e l’aria macha (in attesa che arrivi l'infarto, due anni dopo, e allora ciao). Prima di mezzanotte lui andrà in camera, dicendole quel ‘ti aspetto’ che mia sorella comincerà ad odiare. Spegnerà la tv, lenta, con quelle piccole dita fredde, sospirando un ‘vengo anch’io’. Lavati i denti, messa la crema idratante, raggiungerà il marito e (sì, proprio così).
‘E tu, tu dove sarai?’ commenta Laura.
‘Beh, ovvio: io sarò morto’
Ho il blocco dello scrittore. Tragicamente reale; in sintesi, una tragica verità. Le mie perle, le mie parole intarsiate di saggezza stanno lentamente sprofondando nel baratro oscuro della memoria; qual è la ragione? Quale il motivo? Credo di saperlo: in questo periodo, non sono triste.
Ed è la malinconia che ispira i poeti. Perché non torni, bastarda d'una tristezza?
Un bacio a Giulia, vicina nonostante la lontananza.
Usciamo dall’ascensore e ci troviamo davanti ad un ammasso di mobili e cianfrusaglie varie. Uno stretto corridoio, quindi la porta, che apre sua zia, molto simile alla sorella. Andiamo in camera, con il letto centrale attraversato da un attaccapanni e due mobiletti retrò. Risate obbligatorie. Sulla destra un armadio panna, con dieci cassetti su quattro file, tutti schedati con un ordine maniacale: carta da regalo, penne, fogli. Ed è quel mobile che attira la mia attenzione, e scava nella memoria: l’ho già visto. Via a scrutare nei meandri del passato, nella mia infanzia barocca, alla ricerca sfrenata di una risposta. Poi, flash.
Tanti anni prima, mia nonna, mia madre ed io, piccolo. Stesso corridoio, solo sgombro e pallido, con una pianta grassa nell’angolo. Ci apre questa donna sulla trentina, una donna agitata, in cui riposa una bellezza latente, sciupata dal grigiore della sua pelle liscia. Entro, mia nonna cerca casa, questa sua collega vuole andarsene da lì, e i loro destini si sono incrociati. Sulla destra, grande e pannoso, c’è un armadio che attira la mia attenzione, con quei suoi cassetti schedati. La donna mi sorride e me lo fa vedere, mia nonna mi intima con uno sguardo di essere gentile. Dopo dieci minuti siamo fuori, e Lucia scuote il capo, con quel modo tutto suo, così superbo e affascinante.
Quanto è piccolo il mondo?
Un bacio non conta un cazzo, checché ne dicano!