Cammina per strada con la sciarpa al collo e un messaggio nel cuore; una fiat rossa, una vecchia panda, gli punta i fari addosso e fugge sui sanpietrini, con immancabile pelo al suo braccio destro. Tira su col naso, forse perché è raffreddato, forse perché non sa cosa fare. Oltre i palazzi, su, nel cielo blu, si staglia storta la ghirlandina, e allora non può che ragionare su un ipotetico post riguardo la poca simmetria del campanile. Una signora anziana, seduta al tavolino di quel bar di cui non ricorda il nome, sorseggia da una piccola tazza quello che si presume sia un caffè, e fissa il vuoto: il suo volto è scarno, mangia poco, e i capelli biondi, pompati e ricciuti, le incorniciano una pelle chiara, troppo truccata, e piena di macchie; ha dei tacchetti, crede, non vede bene. Ma lo sguardo la lascia, non si può soffermare troppo su di lei: odia la vecchiaia, lui odia le figure che rappresentano l’immonda incoscienza della senilità, e basta, punto, meglio ignorare e andare avanti.
Via, su una strada antica, circondata da palazzi medievali (sarà poi vero?) e quindi la facciata del duomo, duomo che non gli piace, troppo poco barocco per i suoi spiccati gusti artistici. Cammina con le mani in tasca, e a vederlo sembrerebbe davvero sicuro, lui che non guarda nessuno in faccia. Ma si sa che la realtà è distorta, e che ti porta a trarre conclusioni affrettate, probabilmente dettate da quel perentorio giudizio, la prima impressione: quello sguardo attento, interessato, che ti scorre addosso per pochi attimi, e poi scarta a destra, fugace, quando l’interesse crolla nell’anonimato più totale. Ma quell’attimo, secondi di fuoco, i secondi del giudizio, quell’attimo gli fa paura, perché lui teme il pensiero degli altri, e non può farne a meno. Stranamente però, ora non è angosciato, né malinconico: ha ricevuto un messaggio che gli scalda il cuore nella sua semplicità disarmante. E, nell’ammetterlo a se stesso, capisce che forse non è vero quel che pensava, perché sì, c’è ancora laggiù, dietro l’angolo più remoto e polveroso, quella luce di maledetta nostalgia: e, anzi, è ben visibile, si sbagliava, lui non si è accorto della porta nascosta dietro alla polvere, che porta subito fuori. La pancia sussulta, un piccolo sorriso.
‘Bimbo, a me manchi.’
Lo spaventa il potere di quattro parole, una virgola e un punto. Si sistema la sciarpa, e si passa una mano tra i capelli castani, pensando alla sua megalomania, e a quanto gli piacerebbe scrivere un post su questo momento di sospensione. Il potere delle donne su un marmocchio in cerca d’affetto, lo intitolerebbe; ma poi pensa sia un po’ troppo esplicito, e allora scuote il capo, proprio davanti a tutti, mentre attraversa la strada. Dal duomo esce una donna. È giovane, ha il cellulare in mano, e si tocca la pancia leggermente rigonfia, lasciata ben visibile da una magliettina arancione di sisley. Sembra una zingara, ma a lui in realtà le gitane piacciono, le nomadi ciccione che leggono le carte, e ti chiedono 10€ per dirti che ti sposerai e avrai tre figli, quando la speranza d’avere un futuro prospero e sereno ammutolisce il denaro. Quella donna, comunque, gli dà un senso di oppressione: tocca convulsamente l’essere che si sta sviluppando nel suo ventre, tocca la sua deformità che con quell’amore che lo ha sempre spaventato, perché prima o poi lo proverà anche lui: amore incondizionato, sterminata attenzione verso qualcosa che è tuo, e per sempre lo resterà. Un figlio. Si immagina padre, mentre supera la gravida scrutando la merda di piccione sulla pietra grigiastra del duomo, e pensa che avrà sette figli, tutti dispersi e deviati, e che l’ultima, nominata Veronica, sicuramente si suiciderà. La parola suicidio lo ha sempre attirato, sin da bimbo. Prima di tutto, non riusciva a pronunciarla, e tuttora, se non ci sta attento, rischia d’incappare in un sucidia poco rassicurante per la sua carriera (del tutto personale e soggettiva) di novello Dante (e la rima è esplicativa). Suicidarsi è in assoluto la morte migliore, e le Regole dell’Attrazione, con vasca e camera sul volto, la poesia d’un corpo che muore per tuo stesso volere, mentre il bagnoschiuma alla vaniglia scivola sulla pelle, e non ne senti il delicato e schiumoso tocco. Ha voglia di fumare, di colpo, nonostante non sia affatto dipendente. E poi, a tre metri, vede la madre, la genitrice, bionda e blumarinizzata, con borsone guccioso a termine. E il gioco di pensare finisce, Marco. Torna alla realtà, i cinque minuti di libertà sono finiti. Ma tanto ci penserai ancora, hai un messaggio nel cuore.
E tu non sai ancora che l’oppio popolare sparirà presto dalla piazza. E che Bologna nel tuo cuore esiste ancora.
Quanto sarebbe bello rimanere giovani per sempre? Invecchiare spaventa, la monotonia di un corpo che avvilisce sotto il peso degli anni, la forza di gravità che grava sulle spalle curve, il bar delle sette, il letto alle nove e mezza, essere un vecchio, già, mi terrorizza. Meglio restare giovani e morire quando cazzo ti pare, quando diventi stanco e non ce la fai più, e allora decidi che basta, la fai finita, perché ti sei semplicemente stancato di vivere. E odio chi dice che la vita è una sola e va vissuta sino in fondo, perché che senso ha la vita di un vecchio? Già, gioioso vedere la famiglia che cresce e si evolve, ma tu, tu che rimani indietro invece che andare avanti, tu non stai bene, e non è giusto che il tempo ti scorra dentro e ti deteriori. Io odio l’idea di diventare vecchio, odio la vita che prosegue, io, io solo devo essere artefice del mio destino. Perché qualcun altro deve decidere quando farmi morire? Chi poi? Dio? O forse Allah? Davvero strana la concezione umana del futuro, un eterno aspettare e adeguarsi, senza scelta, perché così è e per forza deve essere, e allora dici “il destino”, sempre lui, che è già stato scritto dal vecchio padre del mondo, e che non si può cambiare. Perché, infatti, nella concezione di destino, è intrinseca anche quella dell’avvenire come qualcosa che è già stato deciso; quindi, tu, caro omarino, tu puoi prendere qualsiasi scelta, cambiare e cambiare, e continuare a farlo, che tanto è già scritto tutto, sì, proprio in quel grande libro, e tu ci rimani fregato, sicché lì è detto che così deve essere, e tu in un modo o in un altro lo hai seguito, passivo, terribilmente inconsapevole di quanto sia bello sgarrare, e fare quello che vogliamo, in una concezione del tutto anarchica del tempo. E per questo dico, vivere per sempre giovani, e vaffanculo destino e grande libro dalle pagine ingiallite, basta questa passività, questo corteo imbambolato, che segue senza accorgersene qualcosa che si pensa debba accadere per forza; e allora bisogna tagliare, strappare la pagina, sputarci sopra, e interrompere il cammino, drasticamente, ed essere artefici, noi, in prima persona, della fine. Decido io quando morire, e io voglio morire giovane, perché i vecchi sono scemi e io odio essere scemo, basta. E, devo dire la verità, a sedici anni sono già stanco di tutto.
Direi che sto diventando decisamente pazzo. E ascolto troppo una canzone.
Proporrei un applauso virtuale, o una di quelle canzoncine che cantano i gruppi stonati, alziamoci tutti in piedi, come quando al ristorante le luci si abbassano e arriva la fatidica torta, cioccolato e panna, con le fragoline che formano un cuore. Diciamo che già, oggi è il mio compleanno. Sedici anni, e adesso vorrei dire i mesi e i giorni, ma purtroppo non li so. L’ignorantizzazione della mia persona, marcata fortemente dal termine iniziale, coniato proprio ora, si sta evolvendo in una sorta di traumatica depressione, che sfocia in un tremendo, e patetico stato di autocommiserazione, che rigetto, in interminabili monologhi, sulle persone che contano. Tonio Cartonio è vivo, e riprenderà a condurre un programma su rai3! La gioia invade l’animo! Che bel giorno!
France I
U. Ricordati la sabbia, e il mare torbido di Riccione.