Triste è quando sai che qualcosa che hai fatto non ti porterà altro che brutte cose. Triste è la vita di un uomo ricco che si vede crollare il mondo addosso, e di un povero che soffre ancora sotto le macerie di quel suo cielo crollato da tempo. Triste è pensare che non cambia mai nulla, che il mondo è monotono, che alla fine tutto si ricicla, e non puoi fare altro che guardare. Triste è la città grigia, con le macchine e la pioggia, e il sole estivo che scalda fuori ma non dentro. Triste è l'amore adolescenziale che finisce, triste è il male che hai nel cuore, quando il cuore soffre un po', e piange. Triste è una ragazza strana e sola, ed è triste perché nessuno la capisce, e lei rimane isolata. Triste è un viaggio alla ricerca di sé stessi, che si conclude con ancora più domande e nessuna risposta. E triste sono io ora, perché sento che si è rotto qualcosa lungo il mio cammino, lungo la scia dei miei passi sulla sabbia, e non posso fare altro che rimanere indietro, ed osservare con nostalgia. E la nostalgia fa ancora più male.
Ho paura della monotonia dei cambiamenti.
(hello teacher tell me what's my lesson)
Oggi ho fatto il facchino a casa di mia nonna, a tirare su casse rosse tutte impolverate e puzzolenti, e ad appiattire gli scatoloni (fragile, attenzione) che ieri ricoprivano i giacconi (i giacconi si rompono se sbattono?) della vecchia. La casa è ovviamente nuova, e la Lucia ieri ha traslocato.
Dunque si pensa che tutto sia dovuto (da parte mia sì, poi boh). Sono alquanto istupidito e demenziale, e ho addosso quella patina patetica che mi sento decisamente troppo addosso, un addosso concreto, che si ripercuote sulle mie azioni, e sulle patine che avrò addosso in futuro. Non so se si capisce, ma mi fa schifo il mio essere io; e ciò non è bello.
Odio essere umiliato, orgoglio prima di tutto (sbaglio?), ma non posso farci niente, sono un principio d’umidità anche io, sono umano, sono anche io empirico (empirico, ci starà poi bene qui?), capite, esigo un rispetto sensibile dei miei sensi, senza sensazionali storielle sulle santità salernitane. Ssssss.
E poi indecisione. Mi piacerebbe stare qui davanti al piccì a scrivere il mio futuro, piuttosto che queste schifosissime cazzate (che a me piacciono, ché sennò non le scriverei); mi metterei a Tokyo, sposato con una modella di venti anni più giovane di me, come imprenditore cinquantenne ultramiliardario, che vive in un attico del grattacielo più alto, e beve tanto grasparossa importato dall’Italia, e fuma sigari? no, meglio banali sigarette (i sigari puzzano).
Sono un opportunista schifoso? O forse fa schifo il mio opportunismo? Forse solo opportunista, oppure solo schifoso (questo mai, però, non è reale). La disarmante realtà di essere disarmato da qualcuno che potresti disarmare (ma che ostenta sicurezza e non ti dà soddisfazione). Si rifà a un commento ciò, no? Citazione subliminale. Potevo scriverla in blu, così si mischiava allo sfondo.
Voglio fumare. E andare in Cambogia. E diventare nero nero nero, e finché word me lo segna io lo scrivo ancora, nero nero nero nero nero nero nero. Ha vinto lui.
Avete mai pensato a quanto sarebbe interessante andare su marte? Menabue perdonami perché ho peccato.
Bisogna premettere che io sono molto vanitoso; la mia teoria è profondamente egocentrica, sicché di rado riesco a non farmi entrare, o a non vedermi, in una qualsiasi questione. Premesso ciò, oggi ho capito che ho perso un anno della mia vita dietro a un amore impossibile. La terminologia giusta sarebbe effettivamente ‘passione molto audace e profonda che rasentava i limiti del sentimento per eccellenza’, ma per riassumere concedetemi di scrivere amore (anche se io non mi innamorerò mai realmente). Dicevo, sì, un anno della mia vita. E’ iniziato tutto a fine luglio del 2005, in un tavolo davanti al Top Story, per caso, per illuminazione di dio che non esiste, per il volere di zeus, o di allah, non so. L’attrazione c’era, eravamo troppo simili per non ispirarci, e l’aria del mare, e la consapevolezza del tempo che scorre, in un fuggifuggi generale di emozioni, parole al vento, parole scritte, pontili e sudoku. Mi ha preso, come mi prende a volte tuttora, sì, sentivo davvero qualcosa per lei, bologna&co., eccentrica figurina dalla minima statura, con le sue maglie rotte e i capelli viola. Avevo voglia di conoscerla, e di sfogarmi, e di pensare a lei come a un qualcosa di più, il più importante, quel più decisivo, decisivo e letale. L’estate finisce, la lettera si mette nel cassetto, non ci si pensa più, mi dico io. E poi a settembre con la Ceci, caso isolato, certo certo. Un mese dopo, stessa cosa. Treni e stazioni, odore di macchina sporca, odore di un qualcosa di solido che brucia, odore di grasso di binari arrugginiti. Mille biglietti nel portafoglio, e una strana emozione nel cuore: la voglia che si solidifichi questa situazione, la speranza in un futuro concreto, fatto di discorsi lunghi e profondi, semmai sotto la pioggia, di baci che non ci sono mai stati, di lunghi messaggi supplichevoli d’amore, o, se preferite, di passione molto audace e profonda che rasenta i limiti del sentimento per eccellenza. Nulla di tutto ciò però, il nostro rapporto era statico, ed era composto interamente da parole inutili, e castelli in aria, e quel sottile filo trasparente, così dannatamente morboso, che alimentava ancora le nostre false speranze.
Quanti? Sette mesi così?
Poi l’estate. Giugno e quel sapore dolciastro in bocca, non appena scende con la gonna lunga e nera, e sento che forse non è tutto finito, che ciò che non è mai nato si può risollevare, che forse già, Marco!, le basi di questo rapporto ci possono essere per davvero. E l’egocentrismo straborda come non mai, perché sono convinto d’essere perfetto per lei, che Zadina stabilizzerà tutto, Zadina unisce, Zadina solidifica. Effetto contrario, ovviamente. Sto rasentando il limite del patetico, ma chi se ne fotte, sono così io, a volte un po’ melodrammatico, problematico, paranoico. Zadina destabilizza, invece, e divide, chissà perché. Menefreghismo suo, che deriva dal mio, che però deriva dal suo, e viceversa. E incazzature, e ripicche, piccole vendette stupide, niente di che, io, le milanesi e la Serena, lei con Giorgio (due anni più piccolo, sfigata!), e a tirar di ’sto Pinotti, e due palle assurde in luglio, la repulsione dei suoi baci, la voglia di vederla andare via. Poi la France e Modena, e il desiderio di tornare, che al mare si scoppia, io stavo male quei giorni, mi facevo schifo, ero nervosissimo, non si poteva starmi vicino (e non perché puzzavo, bensì si rischiava di sentirsi sputare addosso valanghe di insulti immeritati).
E allora ho capito che qualcosa effettivamente non andava. Il mio mondo stava decisamente meglio quando lei non c’era, mi sentivo più libero, più tranquillo, non ero ossessionato dalla sua presenza tragicomica, dal suo menefreghismo/attaccamento maniacale, ero estremamente privo di pensieri angosciosi. La mia vita scorre a settembre senza lei, e io sto bene, penso ad altro, capisco che tante cose nel suo carattere non mi piacciono, che è orrendo il suo egoismo cronico, peggiore del mio, e ancor di più il suo essere così melodicamente tragica, a narrare sempre e solo delle sue disgrazie, e che si deve parlare, e quella solita soap opera, in gag da parte mia, che sdrammatizzo, perché è quasi insostenibile.
Ho perso un anno, quindi? Ora non ho voglia di vederla, contrariamente a quanto le ho detto ieri, risentita dopo tanto. Per concludere, lei mi ostacola troppo; e se avete letto bene l’inizio, dovreste capire perché mi dà così fastidio.
(una signora cicciona sale sull’autobus, e si fa spazio tra la gente)
- Ah, signora, mi faccia sedere, và, che con queste gambe non ci riesco più a fare un bel niente.
- Si segga pure, signora, prego.
- Oh, grazie! Ahh (ansima), che stanchezza! (poi, guardando dal finestrino) Ma che bella che è Modena! Guardi, sono stata in vacanza in Sardegna, sa, mio figlio c’ha la casa, comunque, in vacanza una settimana, e oddio, non ce la facevo più, scalpitavo di tornare qui, perché è così bella Modena, ed io ero in Sardegna... (pausa) in Sardegna.
- Oh, già. Ma pensi a Brescia, là cò tutta quella delinquenza, non si può più vivere, la gente ha paura. (scuote il capo con aria affranta, e stringe le mani sulla borsa, ordinatamente poggiata sulle gambe)
- Vero, almeno Modena è ancora vivibile. Certo che, anche qua, troppi, troppi... (guarda in alto, e alza la voce) mi capisce no? Troppi di quelli là, che violentano le nostre ragazze, e rubano i posti di lavoro ai nostri figli.
- Sì, sì, vero,che poi noi gli dobbiamo dare da mangiare, sa. (tono indurito, come se avesse sparato la massima del secolo)
- Ma sa poi cosa le dico... che anche quelle giovani là, che salgono sulle macchine dei marocchini solo perché parlano francese, io le punirei anche loro, che se la sono andate a cercare, quelle là! A quei marocchini una bella sedia elettrica, o una pubblica impiccagione, qualcosa di violento, e a loro tante botte, e niente cibo.
- Ha ragione, ha proprio ragione.
- Questi extracomunitari che sbarcano e vanno, io li rimanderei a casa loro! Ma affondiamole quelle barcone, tiriamo su un muro! Che se ne restino al loro paese... E poi, mi permetta la volgarità: dopo Firenze, tutte meeerde, sì, proprio meeerde.
- (annuendo) Ha ragione, già, che mondo che va a rotoli.
- Oh... (alzandosi a fatica, data la stazza corpulenta e il poco spazio) devo scendere... (poi, verso un giovane sedicenne castano, esterrefatto e divertito dalla discussione a cui ha appena assistito) Su giovanotto, suonami la fermata, che non arrivo, eh, grazie.
(il giovane prenota la fermata, e non risponde, sicché rischierebbe di riderle in faccia)
(il bus si ferma, le porte si aprono)
- Arrivederci signora!
- A lei!
(scendendo, col vocione da primadonna)
- Ma quanto è bella Modena!
(l’Italia vista da due anziane signore, in autobus, in un’ afosa mattina di fine agosto)