Parlare della vita sotto la pioggia è la mia ambizione più grande. Passeggiare per la pineta, rintanato sotto una maglia azzurra arrivata di Ibiza, con l’acqua che mi trafigge come fosse lava, e parlare del più e del meno, incurante del fastidio, del freddo, dei fulmini, dei tuoni. Vagheggiare un futuro diverso, chiedersi le solite cose, chi sono?, chi siamo?, da dove veniamo?, ed essere drammaticamente banale e scontato, per un volta, per sempre. Seduto su un tavolo intagliato e zuppo di scritte irreali, vorrei discutere di come è bello essere problematici, di quanto è stupido il mondo, di quanto è adorabile il vento di notte, delle varie madonne tirate quella sera maledetta in cui è caduto in acqua il portafoglio, della Martina e della Pozzi, figure diciottenni scese dalla Brianza. Stare là e parlare di tutte quelle piccole cose che mi danno fastidio, per cui sto male giorni e notti, per cui decido di annullare una persona, così, per cui mi immolo. Mi piacerebbe conoscere Dio, e chiedergli se esiste davvero, e perché allora non fa niente, e mi lascia solo. Vorrei diventare un monaco rasato, vestito solo di una tunica rossa, con la pelle tirate e bruna, e le mani giunte, capace di levitare e spaccare le pietre con il mignolo del piede sinistro. Eppoi sarebbe affascinante diventare uno scrittore acclamato, peso, di quelli che ne sanno, un intellettualoide frustrato e drogato, semmai malato di tisi, così geniale e così tormentato, un poeta maledetto post moderno, un novello Baudelaire. Scrivere di storie antiche, di giovani stanchi, sceneggiature assurde, inventare emozioni nuove, trafiggere l’originalità con le solite boiate. Parlare e scrivere, e morire per farlo. Uah, quanto mi piacerebbe.