martedì, 30 maggio 2006, ore 15:59

Gustoso attimo di buonumore. Stranissima sensazione provata di rado. Come quando mangi una liquirizia al cinema, accanto all’Elly che bestemmia perché il quarantenne ciccione accanto fa casino. Mutevole, lo so, è una sensazione assai mutevole (e lei è sempre pronta a ricordarmelo).

Significativa è una foto che ho appena visto. Ratzinger, l’uomo comunemente noto col soprannome di papa, che perde la papalina al vento, in piedi sulla papamobile bianca. Già da questa frase possiamo notare l’egocentrismo ecclesiastico o, se vogliamo restare in tema, papale. Il papa ha la papalina sulla papamobile con i papaboys alle spalle:

direi che hanno molta fantasia.

Questo papa è ormai una figura inutile. Non ha valore, non ha spessore, non ha un posto in questo mondo. Non ha la forza, né l’autorità, per fare o cambiare qualcosa. Invoca la pace, lancia colombe dalle sue finestre, sibila utopiche soluzioni mistiche: ma non arriva mai, e comunque, a nulla. E mi spiace, perché non è neanche la metà del precedente pontefice, il cui carisma era riuscito a infondere fede, a modificare, a sollecitare. Questo papa è amorfo. Apatico; viscido. Lo guardi e dici: e questo rappresenterebbe Pietro in terra? Un omino ingobbito con le spalline sotto gli abiti bianchi? Cioè, lui sarebbe la mano di Gesù (da notare che word me lo segna rosso) Cristo in terra? Sconcertante. E ridicolo.

 

Per concludere, una perla:

 

<Marco> gustoso attimo di buon umore. scrive:

Il papa che perde la papalina sulla papamobile.

<Marco> gustoso attimo di buon umore. scrive:

Notiamo l'egocentrismo papale.

France (Distruggiamoci, ma con grazia) scrive:

 il papa c'ha bisogno delle forcineeeeeeee pappapperoooo

France (Distruggiamoci, ma con grazia) scrive:

ma non c'ha abbastanza capelli per metterseleeeeee

France (Distruggiamoci, ma con grazia) scrive:

pappappero

m.
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venerdì, 26 maggio 2006, ore 14:54

La cosa più strana, più stupida, più scioccante, è che io non riesco mai ad essere come vorrei. Cioè, io sono così, come mi vedi, come mi leggi, eppure molte volte, con le persone che contano realmente, mi trasformo. O meglio, subisco una strana mutazione genetica che mi rende ciò che non sono, e che non vorrei mai essere, e che non sarò mai di certo. Tutto molto strano. E allora incomincia l’incubo. Perciò, in questo esatto momento, alle 15,45, io, CiCCioPiCCi, mi chiedo il perché.

 

E tra l’altro io sono l’unico che lo sa. Ma questo è un altro discorso.

m.
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mercoledì, 17 maggio 2006, ore 16:11

(Delirio#1)

Quando ero piccolo lo sentivo dire a volte da mio padre. Diciamo poche volte, perché credo cercasse di contenersi davanti alle orecchie ingenue mie e di mia sorella. Alle elementari volava di bocca in bocca, come fosse un giocattolo nuovo, un gioiello da esibire, una nuova carta dei pokémon. Alle medie era passato di moda, preferivamo termini innovativi, meno banali, meno volgari.

Ora c’è e non c’è. Ma per me mantiene un fascino inarrivabile.

 

Vaffanculo.

 

Sentite, come suona, com’è... alto. E’ una parolaccia aulica. Vaffanculo, insieme, e non robaccia quale: vai a fare in culo, fanculo, fanculizzati. Vaffanculo è unico. Lo dici, e ti senti potente. Quando mandi a quel paese qualcuno, se dici vaffanculo vuol dire che sei proprio scoppiato e che forse la conversazione finirà lì (o continuerà con le mani o battutine idiote.)

Vaffanculo, poi, ha un che di eccitante. Ti emozioni nel dirlo. Ti sfoghi. Ti liberi. Ah... e ora mi serve proprio.

 

Vaffanculo, Anna! Ti adoro.

m.
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mercoledì, 10 maggio 2006, ore 19:15

Non so se ricordate, ma tempo fa postai una storiella su una tipozza chiamata Eleonora. Era in sospeso, ovvero dovevo scrivere il finale. Beh, l'ho fatto. E per correttezza ve lo faccio leggere.

E, allora, Eleonora scrisse di sé, del suo cuore, dei suoi sentimenti, del suo corpo violato, della farfalla intangibile, del sole e della luna, del cielo, di Lui. E scrivendo prese una decisione. Andare avanti era impossibile: sarebbe ricaduta nelle sue grinfie. Doveva davvero farla finita. In maniera decisiva. Totale. In un modo freddo; malato. La finestra. La luce del lampione lì, fuori, lacerava la penombra. Abitava al sesto piano. Eleonora sorrise. Eleonora sorride. Scivola dal letto, ripone il diario nel cassetto, in quel cassetto, lassù, nell’armadio, e si avvicina alla finestra. La apre. L’aria fredda la colpisce. Ma lei sorride ancora. Sale sul cornicione, guardando il cielo stellato. Qualcuno, giù, urla. Ma a lei non interessa. Piange. E poi decide di farlo. Salta. Sta volando, apre le braccia, spalanca le palpebre. Sta volando. Sente l’odore della vita. Dell’asfalto. E’ vicino, sempre, sempre più vicino. Sta volando. Ancora, in un attimo che non passa più. Sta cadendo. Non vede più. E' buio. Stop.

m.
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lunedì, 08 maggio 2006, ore 17:44

Detesto stare alzato durante la notte. Sei lì nel tuo lettuccio, nella penombra d’una domenica sera, stanco e tranquillo, e, minchia, per uno strano gioco sadico, non riesci a prendere sonno. E allora tutto ciò che non va si accentua, e sembra intollerabile: la gola esplode, il catarro cementato sulle tue tonsille ti fa imbestialire, il caldo infuria, il silenzio è pesante. E corri in bagno a bere, a sputare ciò che sembra insputabile, a guardarti allo specchio, chiedendo un perché bestemmiato all’Onnipotente. Chiami tua madre, non riesco a dormire, e lei con fare mooolto amorevole risponde, chiudi gli occhietti, vedrai che ti viene, il sonno. Ma cazzo! Sono due ore che mi giro in sto letto odioso e tu mi dici di tenere gli occhietti chiusi? Assurdo.

Alle 4,00 capisci che non ce la puoi fare. E, esasperato, vai giù, con una copertina colorata e il tuo cuscino, quel cuscino. Stai sul divano, accendi la tv. E ti perdi tra i cartoni notturni di Disney Channel. Ti addormenti solo alle 6,00, stremato, incazzato, affaticato, irritato. Dopo un’ora e venti la sveglia suona e ti aziona inevitabilmente il cervello. E allora cosa fai? Prendi il cuscino e vai su, a letto. La verifica di storia dell’arte può aspettare.

m.
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domenica, 07 maggio 2006, ore 11:05

E’ possibile che l’immane affetto coltivato per Lei sino ad ora si sia sciupato nell’arco di tre mesi?

m.
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giovedì, 04 maggio 2006, ore 19:23

Il fatto di non aggiornare è stato del tutto naturale; non ne sentivo il bisogno. Ora invece sì. E, boh, non so neanche perché. Avrei voglia di prendere su e andare via, su un treno, su un aereo, lontano, all’estero. Sono stanco di vedere sempre le stesse facce, di sentire sempre le stesse voci, di toccare sempre le stesse cose. Sono stanco di ciò che mi circonda. E mi fa imbestialire sapere che non posso fare nulla. Sono bloccato, chiuso, sepolto. Ho perso la lettera dell’Anna, quella che custodivo nel mio portafogli, l’ultimo barlume di un sentimento scemato. Sono frustrato. E penso al mare. Al mare come alla speranza. Al mare è tutto diverso. Al mare la mia vita cambia. Al mare sono sereno: pace, pace, pace. Due mesi così. Calmi.

 

m.
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