giovedì, 22 ottobre 2009, ore 00:54

Il freddo congela i pensieri. I movimenti si fanno più lenti, le facce spariscono nelle sciarpe, il mondo sembra compatto e silenzioso, e camminare avanti è come scalare la montagna più alta e ardua del mondo. Ho sempre pensato di essere perfettamente me, di non avere nulla di sbagliato, che fosse il resto a girare nel senso opposto, ho sempre guardato oltre le mie impressioni, cercando di non ristagnare nel marciume di angosce invadenti. Non prendo nulla sul serio, non apro gli occhi, decido di non vedere per poter disegnare la realtà con i miei colori: la libertà ha un peso ingombrante. Rimango invischiato nel fango nero di questa situazione; sono scappato, ho preso le mie cose, e sono scappato. Me ne sono andato, buttandomi, senza pensare, e io penso sempre: non ho più voglia di pensare. Sono stanco di essere freddo, ma lo sono diventato. Sono una persona fredda, è la realtà. Non ho mai detto 'hai cambiato la mia vita', non ho mai detto 'non posso vivere senza di te': non l'ho mai detto. Ho sempre frenato l'emozione delle parole, perdendomi nei particolari insulsi di una paranoia per non pensare alla situazione complessiva. Mi sono trascinato a terra con le mie stesse mani. Non ho capito nulla. E il tempo scorre troppo in fretta, come un nastro rosso e liscio tra le dita, e io non riesco a fermarlo, a sentirne l'essenza, ma lo sfioro e lo lascio scorrere con l'innocenza dell'inconsapevolezza e l'intelligenza della resa. Non c'è niente da fare. Non c'è niente che io possa fare, ora: le cose sono cambiate, il tempo vola, e non aspetta nessuno- e la banalità del concetto uccide. Vorrei poter guardarmi intorno e vedere che non manca nulla. Smettere di fare progetti, di speculare ed elucubrare, affrettarmi a capire che è tutto qui, e che domani potrebbe non esserci più
 
m.
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venerdì, 11 settembre 2009, ore 20:45

Mi hanno detto dei tuoi viaggi, mi hanno detto che stai male, sei pazza? per me sei normale. E veramente vorrei essere ancora sospeso nell’attimo in cui poteva succedere. Cos’è successo? Nessuno sa aspettare a lungo, e il ricordo scema come un’immagine sbiadita di un quadro visto una volta sola, in una galleria svedese di arte fredda, cinque anni fa. La sterilità emotiva è un concetto inflazionato. Ma la freddezza ha sempre ragion d’essere. Non c’è niente di meno scontato della freddezza- i sentimenti si condensano come ghiaccioli alla fragola e al limone, e penzolano a testa in giù dalle pareti della mente, finché non arriva la bufera dei pensieri, gelida e pungente, e fissa ogni anfratto, anche il più remoto, senza lasciare vie di fuga. I pensieri si trasmettono tramite filamenti serpeggianti che, ormai ghiacciati, riescono a espanderli: lo sguardo si fa vacuo, le palpebre calano un poco, e la certezza di riuscire a pensare cose condivise e pubbliche cola a picco come una biro dalla montagna più alta del mondo. Sarebbe più facile rincontrarsi nei pensieri. Ma non credo possa accadere. È davvero un’era glaciale. La consapevolezza è svanita, e rimangono solo foto sbiadite, distorte dalla parete di ghiaccio che le imprigiona, illuminate dalle fiaccole danzanti, ma poco calde, della nostalgia. Non c’è niente di peggio. Non credo che la caverna possa essere riaperta: un freddo grande se ne è impossessato. La neve che si addensa bianca e limpida come la coscienza non permette agli occhi di spalancarsi. Sui muri si scrive angoscia e paura, con le unghie, le si sfrega sul ghiaccio, ma non lo si può spezzare- ormai è andata, non c’è più niente da fare, non resta nulla. E allora sediamoci e aspettiamo, perché così come tutto passa, tutto torna
 
m.
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mercoledì, 01 luglio 2009, ore 19:59

mi son perso giugno, ma per una buona causa: in questo giorno, i vertici dello spazio hanno decretato la libertà sconfinata: un piccolo passo per un uomo, uno grande per l'umanità. datemi un pizzicotto.
m.
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mercoledì, 27 maggio 2009, ore 17:17

Credo sia stata la pioggia; ho aperto la finestra, e una ventata piovigginosa ha invaso la mia camera, portando una frescura interiore che non sentivo da tempo. Non c’è bisogno di pensare a quante cose siano cambiate dall’ultima volta che ha piovuto; mi dilungo spesso in inutili elucubrazioni umidicce sui colori sgargianti e opachi di una stessa situazione, mi dilungo mentalmente e non concludo nulla, perché la mente (o forse solo il dilungarsi) serve per soffrire, non per risolvere. È inevitabile, quindi, che la pioggia sconvolga l’assetto stabilito dal tempo, e che le foglie ora verdi emanino un odore così nuovo, e allo stesso tempo capace di riportare alla luce, dagli anfratti più desolati della coscienza, immagini e suoni, e ancora altri odori, e luci, soprattutto luci, abbaglianti e mescolate come se fossero una miscela brillante di parole e pensieri dimenticati nei giorni passati. È come alzare lo sguardo con fare solenne, e sentirsi invasi da una carica elettromagnetica del tutto esistenziale, e interiore, e continuare a guardare ciò che si ha davanti con una spinta nuova e anche stantia, come se dal baratro della quiescenza riemergesse all’improvviso il ricordo istintivo della precedente capacità di emozionarsi per una giornata assolata che si fa sempre più uggiosa, così cupa, e i tuoni! è rimasto poco tempo, ma del tempo che mi rimane, non so davvero più che farne, lo ammetto
m.
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giovedì, 30 aprile 2009, ore 22:38

Non riusciva a razionalizzare l’avvenimento, ma edulcorava ogni singolo aspetto di quell’occasione spingendo le aspettative oltre ai ristretti limiti della sua realtà; una parte di lei, occultata da troppo trucco, ma recondita e persistente, già assaporava la delusione che la totalità della sua mente acerba avrebbe provato a festa inoltrata. Lei quindi sapeva d’illudersi, e che non avrebbe comunque ottenuto nulla con o senza quel bracciale, o quegli orecchini, ma si ostinava nell’immaginare che ogni singolo dettaglio sarebbe diventato fondamentale una volta lì; si mentiva, e si crogiolava nella menzogna con ingenuità forzata.
 
 
m.
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martedì, 31 marzo 2009, ore 20:12

“Io sono Filippo; non chiamarmi Pippo, però,” disse Filippo, trattenendo la sigaretta tra le labbra, “l’accendino?” mugugnò, facendo attenzione a non farla cadere.

m.
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martedì, 31 marzo 2009, ore 20:08

Mi hanno ricordato di farlo. Non riesco più a scrivere, non scrivo più. Però confido che questo non significhi nulla, cioè, sono solo due mesi: lo sprint creativo tornerà.

m.
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sabato, 28 febbraio 2009, ore 13:48

febbraio mi ha sempre ispirato poco.

m.
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martedì, 06 gennaio 2009, ore 21:45

Mi sono svegliato una mattina, e ho sentito il vuoto poco più giù dell’ombelico: avevo circa cinque anni- per la prima volta, nel letto dei miei, in una mattina poco assolata e premuta da un freddo grande, mi resi conto di come si manifestasse in me l’angoscia; rimasi atterrito, e sconvolto, non riuscivo a capire perché i pensieri del giorno prima fossero ricapitolati in me così, senza preavviso, procurandomi quella reazione anormale. Ora vabè non mi spavento più. Ogni mattina io apro, ringraziando o meno il cielo, gli occhi; mi crogiolo per uno due secondi nella beata inconsapevolezza del risveglio, emergendo dal baratro del sonno con occhi gonfi; la matassa del vuoto mi crolla addosso, facendomi scivolare nel secondo baratro, quello del “renditi conto, sei sveglio, non hai scampo”, con una fitta chiassosa allo stomaco, e una nostalgia lacerante per l’inconsapevolezza smarrita. Ok, c’è di peggio: ma domani la realtà piomba su noi più che mai. Da domani le sorti di una vita vengono messe all’asta: chi offre di più, vince, e chi vince, regna, e se regni, hai tutto. Chi lo dice che sia io a vincere? Chi mi dice che il vuoto si riempirà di calore, e affetto, e serenità compiuta? desiderare è umano, io desidero tanto- desidero avere quello che ho, e non ho, e ciò che avrò e ho avuto, perché è uscita la regina di picche, e ho tredici punti da portarmi appresso. Però: però c’è nebbia. Mi sembra che ogni cosa sia sfumata, nei bordi: i contorni si dilatano – ho sonno – mi sento sempre così i primi giorni dell’anno. Mi sento così perché è come se tutto ciò che è stato stia lentamente scivolando via, e le cose debbano ricomporsi come possono: ecco perché non hanno confini. E mentre la radio non va, l’angoscia comunque resiste
m.
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mercoledì, 31 dicembre 2008, ore 00:16

Il mondo gira. Le luci scorrono sullo schermo, accecanti e impavide, disegnando strisce contorte in cui, se ti concentri, riesci a vedere qualsiasi cosa. Di notte, nell’ultima notte di un anno, mi duole un labbro inferiore, e nulla più; avrei tante cose da dire, esprimere, creare- spiegare. Vorrei essere capace di dire ciò che va detto, di esprimere ciò che va espresso, di creare ciò che va creato. Ma non m’importa, perché vivere è scegliere, chi ti dice se hai scelto bene? Sento le persone che chiamano il mio nome, mi ingannano con un bacio, mi lasciano con uno dito, spingendomi sotto le rotaie di una stazione polverosa e stanca, o che si è stancata, ma non m’importa, perché ho tessuto il mio velo, ed è chiaro ma nitido, e resiste, ed io non temo le conseguenze. La rabbia cola liquida sopra le rocce della mente, allunghiamo la mano tutti insieme e sforiamo quello che è rimasto, ma le cose sono cambiate, le dita si chiudono e feriscono l’aria, e io odio l’espressione “ferire l’aria”, ma ora è calzante, e non direi mai calzante se non fosse necessario: cado in avanti, sbatto la faccia. Ma non m’importa! è così strano continuare a ripeterlo, i filamenti del disinteresse si dipanano nell’acqua come lunghi capelli ondeggianti e rossi, e si attaccano ad ogni cosa, sono una corazza, uno scudo, e io non sento non capisco non vedo come sia possibile uscire da questa condizione perpetua di insoddisfazione perenne che non mi appartiene ma mi tiene, che non vedo ma sento, che non capisco ma voglio, perché essere insoddisfatti significa essere vivi, ed essere vivi significa esigere sempre di più, e di qui l’insoddisfazione, e l’essere vivi. Ma chi vive di sensazioni e ricordi, illusioni e parole, vive male, dicevano al mare, mentre il pontile crollava e tutti morivano urlando; ho provato a salvarla, disse alla polizia, o alla madre, non ricordo, accorsa sul luogo del misfatto il giorno del misfatto all’ora del misfatto, ho provato a salvarla, disse, ma è annegata. E io sono annegato con lei, almeno in parte, vede, non ho più mani per toccarle la mano, o la guancia. È normale? è giusto: non temo le conseguenze, ah! è ciclicamente testato che tutto scorre, ma tutto eh, anche la tazza di paperino qui accanto a me prima o poi scorrerà in qualcosa d’altro, spero, per dare forza alla mia teoria. Pulsiamo e cantiamo tutti insieme, anche se non c’è niente da ridere, mi raccomando
m.
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